L'elefantino di piazza della Minerva è uno dei più popolari animali di Roma.
Detto comunemente il Pulcin della Minerva, il termine pulcin è in realtà una distorsione di porcin, ovvero porcello, a significare la somiglianza tra il pachiderma piccolo grasso e tozzo del Bernini, con un simpatico maialetto.
Sull'elefantino ho trovato questo dotto articolo che vi propongo:
di Alfredo Cattabiani e Marina C. Fuentes
La beffa
del Bernini
Un elefantino che regge un piccolo obelisco è un un monumento insolito e bizzarro anche per Roma dove, fin dell'antichità, l'esotico animale è stato rappresentato in varie fogge, e persino con una torretta gremita di soldati per ricordare i pachidermi di Pirro apparsi per la prima volta, nel 280 a.C., agli sbigottiti legionari romani che li chiamarono "buoi lucani", incontrandoli nell'Italia meridionale. Ma il Pulcin della Minerva, come lo hanno soprannominato i romani, non è un'invenzione di Gian Lorenzo Bernini. Nel 1499 Aldo Manuzio stampava a Venezia la Hypnerotomachia Poliphili - ovvero "lotta d'amore in sogno di Polifilo" - del domenicano Francesco Colonna. Il romanzo, scritto in un volgare latineggiante e illustrato da disegni simbolici, alludeva sotto il velo di un sogno all'iniziazione dell'anima al suo segreto destino : l'unione mistica tra Amore e Morte, che un rilievo neoattico - su una base nella galleria dei Busti, al museo Pio Clemetino - raffigura nelle sembianze di due geni alati intenti a bruciare una farfalla, psiche in greco, tenendola per le ali. Il protagonista incontrava all'inizio del suo viaggio un gigantesco elefante con un obelisco sulla groppa e, sotto la pancia, un cubo di pietra che pareva la continuazione della stele egizia perchè vi erano incisi geroglifici. Dalla sella pendeva un pettorale sul quale era scritto "Cerebrum est in capite", ovvero l'intelletto è nel capo; e sulla fronte una lamina rettangolare conteneva le parole "fatica e industria", scritte in arabo e in latino. All'interno dell'elefante, in cui Polifilo era penetrato da un'apertura sul basamento, vi erano due figure nude e incoronate : la prima, virile, si trovava nella parte posteriore dell'animale e indicava con uno scettro nella mano destra la parte anteriore, mentre teneva la sinistra su uno scudo concavo a forma di teschio di cavallo, sul quale un'iscrizione in tre lingue - arabo, greco, latino - consigliava di "cercare", e soggiungeva : "Lasciami". Nella parte anteriore una figura femminile invitava con l'indice della mano destra a guardare dietro le sue spalle mentre con la sinistra si appoggiava su uno scudo, analogo al precedente, dove una scritta esortava a "non toccare il corpo" e a "prendere la testa". Come gli avrebbe spiegato successivamente la ninfa Logistica, la chiave per interpretare i misteriosi ammonimenti delle due figure si trovava sulla testa dell'elefante cui alludeva l'indice della donna : su di essa erano incise, nella lamina di bronzo, le parole "fatica e industria" : "imperocché 'diceva' nel mundo chi vivendo vole thesoro avere, lassi stare el marcescente otio, significatio per il corpatio, et togli la decorata testa, che è quella scriptura, et hai thesoro, affaticantise cum industria". Secondo questo simbolismo, la figura virile della parte posteriore rappresentava il corpo e l'ozio, quella femminile l'industria e l'intelletto. L'elefante invitava dunque a vincere la "forza di gravità" della dimensione carnale per forgiarsi una mente robusta e così ottenere il "thesoro", ovvero la sapienza divina, simboleggiata dall'obelisco, emanazione della Luce dal punto inesteso dell'Uno. La Hypnerotomachia Poliphili era diventata popolare tra i neoplatonici, e certamente doveva conoscerla il nipote di UrbanoVIII, il cardinal Francesco Barberini (1597-1679) che, come racconta un cronista dell'epoca, "fu molto propenso per la letteratura e le buone arti, imperocché fu il primo a far ricercare la interpretazione dei caratteri sagri, che si veggono scolpiti nelli obelischi". Intorno al 1632 si era scoperto nella vigna di un certo Curtio Saccoccia, sulla via Labicana, un obelisco in tre pezzi. Francesco Barberini lo fece trasportare nel giardino del suo palazzo, vicino alle Quattro Fontane, che voleva popolare di piante esotiche e di sculture di animali, e incaricò il Bernini di studiare un basamento bizzarro per innalzare la stele accanto a un bizzarro ponte levatoio sbilenco - quasi fosse sul punto di cadere - che l'artista napoletano aveva ideato per quel luogo. E il Bernini disegnò, forse ispirato dal Cardinale, un elefante che reggeva l'obelisco, simile a quello del Polifilo, ma senza il cubo sotto la pancia e con alcune varianti, come testimoniano un disegno custodito a Windsor e un bozzetto di terracotta, già in palazzo Barberini e ora a Firenze nella collezione Corsini : nel primo l'animale ha la testa e la proboscide volte a sinistra mentre sulla cima dell'obelisco svettano le api, stemma del Barberini; nel secondo la proboscide è volta a destra e la coda a sinistra. Ma il progetto non fu mai eseguito nonostante che il cardinale non avesse ancora abbandonato l'idea nel 1658, come testimonia una lettera di Leonardo Agostini, "antiquario" di casa Barberini, a Carlo Strozzi del 9 febbraio di quell'anno : "Intanto l'Em.mo Sig. Card. stà intorno per fare alzare il suo ebelisco dinanzi al palazzo delle Quattro Fontane che sarà una buona altezza atteso che pensa ponerlo nel dorso di un grande elefante da farsi di pietra detto granito, ò vero di metallo, ch'à questo proposito gli ho fatto vedere un mio piccolo marmo, et il Signor Cavalier Bernino ne hà fatto un disegnio, qui si pensa sempre cose nuove". L'obelisco venne poi trasportato e innalzato nell'Ottocento, senza l'elefantino, sul piazzale del Pincio dove si trova tuttora. Verso la fine del 1665, nel giardino maggiore del convento dei domenicani, annesso alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, là dove esso confinava con la chiesa di Sant'Ignazio, venne estratto un piccolo obelisco (m. 5,47) di granito rosato, con geroglifici sulle quattro facciate, ottimamente conservato. Il gesuita Athanasius Kircher, che si era trasferito a Roma fin dal 1634 su invito di Urbano VIII per interpretare i geroglifici degli obelischi, lo decifrò immediatamente e scrisse persino un libro, Ad Alexandrum VII P.M. obelisci aegyptiatci nuper inter Isaei Romani rudera effossi interpretatio hierogliphyca (Roma, 1666). Alessando VII, della famiglia dei Chigi, voleva innalzarlo su una piazza romana che non poteva essere se non quella antistante la chiesa della Minerva perchè i domenicani lo consideravano giustamente loro proprietà. Un progetto, assai modesto - che pare fosse di un frate del convento, Domenico Paglia - prevedeva un basamento composto da sei monticelli, erme di papa Chigi, circondati da quattro cani con la torcia in bocca, emblema dei domenicani (Domini canes, erano anche soprannominati); ma venne scartato perchè Alessandro VII non voleva un monumento in suo onore, ma alla Sapienza divina. Il Pontefice chiese al Bernini e alla sua bottega altri progetti : ne furono eseguiti dieci, tre dei quali - firmati dallo scultore - si conservano nella biblioteca Vaticana. Il più audace raffigura un gigante che, appoggiato a una roccia, sostiene l'obelisco che pende pericolosamente su di lui. Fu scartato in favore dell'elefantino che il Bernini aveva riproposto per suggerimento di qualcuno, forse del cardinal Barberini o dello stesso Pontefice, il quale conosceva bene la Hypnerotomachia Poliphili, come testimonia una copia del libro postillata di sua mano. Ma i domenicani, o forse padre Paglia, criticarono il progetto perchè non prevedeva una base quadrangolare sotto il ventre dell'elefante. Senza di essa, obiettavano, l'animale non avrebbe potuto reggere il peso dell'obelisco; e si appellavano all'autorità del loro confratello Francesco Colonna che, quasi due secoli prima, aveva osservato che : "... niuno perpendicolo di pondo debi sotto se havere aire overamente vacuo, perchè essendo intervacuo, non è solido nè durabile". A nulla valsero le argomentazioni del Bernini che già sedici anni prima, a piazza Navona, aveva ideato la fontana dei Quattro Fiumi, dove un altissimo obelisco si reggeva su uno scoglio traforato. Lo scultore fu costretto a cedere, ma ricoprì l'orrendo cubo con una gualdrappa che giungeva fino al basamento. Il monumento era irrimediabilmente appesantito tanto che i Romani lo chiamarono il "porcin della Minerva", ingentilito nel corso dei secoli in "pulcin". Ma il Bernini architettò una beffa, forse con il consenso di Alessandro VII : disegnò l'elefantino, eseguito nel 1667 da un suo allievo, Ercole Ferrara, in modo che voltasse le terga al convento degli ottusi frati, mentre la proboscide ne sottolineava la posizione irriverente e la coda, spostata sulla sinistra, ne accentuava l'intenzione offensiva. La beffa non passò inosservata se Quinto Settano - pseudonimo di monsignor Sergardi - scrisse il celebre epigramma : "Vertit terga Elephas, versaque proboscide clamat : Kiriaci fratres hic ego vos habeo"; ovvero : "L'elefante volge le terga e grida con la proboscide rivolta all'indietro : Fratelli del Kirie, io vi ho qui". Alessandro VII dettò personalmente le due iscrizioni in latino che fece incidere sulla base del monumento. La prima, che spiega il motivo dell'innalzamento, dice : "Alessandro VII, l'antico obelisco, monumento di Pallade Egizia, venuto fuori dal suolo ed eretto nella piazza dedicata a Minerva e ora alla Madre di Dio, nell'anno 1667 dedicò alla Divina Sapienza". L'obelisco era infatti dedicato a Iside (la Pallade Egizia), di cui era esistito nelle vicinanze un tempio insieme con un altro a Minerva. Le due dee rappresentavano rispettivamente nel pantheon egizio e in quello greco-romano la manifestazione della divina Sapienza. Con il tradizionale procedimento della cristianizzazione dei simboli pagani, testimoniato dalla precedente consacrazione del luogo a Maria Vergine, Alessandro VII dedicò l'obelisco alla Divina Sapienza, ovvero al Cristo. La seconda iscrizione spiega la presenza dell'elefante : "Oh, tu, che qui vedi trasportati da un elefante, il più forte degli animali, i geroglifici del sapiente Egitto, comprendi l'ammonimento : è necessaria una robusta mente per sostenere la solida sapienza". Alessandro VII, che pur conosceva il Sogno di Polifilo, aveva preferito semplificare il complesso simbolismo di Francesco Colonna che mal si addiceva alla laconicità di una epigrafe. Si era ispirato anche alla tradizione antica che, come aveva scritto Plinio il Vecchio nella Storia Naturale, attribuiva molte virtù all'elefante : "E' il più vicino alla sensibilità dell'uomo perchè questi animali comprendono il linguaggio del luogo dove sono nati e obbediscono ai comandi, sono capaci di ricordare gli esercizi che hanno imparato ad eseguire, provano desiderio di amore e di gloria; inoltre - complesso di virtù raro all'uomo - hanno onestà, prudenza, senso della giustizia, persino rispetto religioso verso gli astri, e venerano il sole e la luna". Ed erano anche modelli di pudore e di purezza . "Hanno rapporti soltanto in luoghi appartati, il maschio a cinque anni, la femmina a dieci. Il rapporto avviene ogni due anni, così dicono, e per cinque giorni ogni anno, non oltre : il sesto giorno entrambi gli animali si purificano in un fiume poiché non tornano al branco. Non conoscono l'adulterio ...". Sicché nell'interpretazione di Alessandro VII quest'animale robusto, paziente, onesto, obbediente, giusto, puro e prudente diventava il simbolo della pietà, dell'intelligenza, della pazienza, della prudenza e dell'equilibrio della mente, su cui poteva ' innestarsi ' la sapienza divina. Ma l'animale avrebbe potuto suggerire anche altri simboli, come ben sapevano i medievali che decoravano i capitelli delle chiese con un elefante in mezzo a una vegetazione rigogliosa. Quel pachiderma misterioso alludeva probabilmente al Cristo stesso, secondo l'interpretazione del primo bestiario cristiano, Il Fisiologo : "La natura dell'elefante è questa : se cade non è capace di rialzarsi perché non ha le giunture nelle ginocchia. E in che modo cade? Quando vuol dormire, si appoggia a un albero e si addormenta. I cacciatori, che conoscono la natura dell'elefante, vanno a segare personalmente l'albero. L'animale viene così ad appoggiarvisi e cade insieme con l'albero, e comincia a mandare alti barriti, e lo sente un altro elefante e viene a soccorrerlo, ma non è in grado di sollevarlo; si mettono quindi a barrire entrambi, e vengono altri dodici elefanti , e neanche questi riescono a sollevare quello caduto; allora tutti si mettono a barrire : dopo di tutti, viene un piccolo elefante, pone sotto di esso la sua proboscide e lo solleva. La natura del piccolo elefante è questa : se ardi i suoi peli o le sue ossa in un luogo, ivi non penetra alcun spirito malvagio, nè alcun drago nè alcun male". L'elefante caduto, secondo Il Fisiologo, è il simbolo dell'uomo caduto dopo il peccato originale : "E' dunque venuto il grande elefante - spiega - cioè la Legge, e non è stato in grado di sollevarlo, poi sono venuti i dodici elefanti, cioè la schiera dei profeti, e neanche loro sono stati capaci di sollevare l'uomo caduto, dopo di tutti è venuto il santo elefante spirituale e ha sollevato l'uomo da terra. Il più grande di tutti è divenuto lo schiavo di tutti : ha umiliato se stesso, assumendo la forma di uno schiavo per salvare tutti". Se volessimo tentare in questa luce un'interpretazione del Pulcin della Minerva, potremmo congetturare che l'elefante è il simbolo del Cristo Salvatore, così come lo è l'obelisco, albero cosmico che collega il cielo alla terra, nutrendola e redimendola con le sue divine energie. Se poi un induista giungesse per avventura in piazza della Minerva, penserebbe probabilmente al figlio di Shiva, il dio della Conoscenza dalla testa elefantina. Poichè nel brahamanesimo la parola gaja (elefante) viene interpretata come ' conoscenza delle origini ', il nostro viaggiatore potrebbe concludere che l'elefante sia la saggezza offerta agli uomini dall'ilare Ganesha, manifestazione del dio supremo che regge l'universo. D'altronde, l'elefante è anche il simbolo della regalità divina sul cosmo, emblema di immutabilità e di stabilità : lo si vede infatti in certi mandala tantrici ai punti cardinali oppure a quelli collaterali per significare il dominio del Centro sulle direzioni dello spazio. E infine un buddhista resterebbe sconcertato : non capirebbe perchè l'animale regge la stele e non viceversa, come avviene nella sua tradizione dove il Risveglio è simboleggiato da un elefante in cima a un pilastro. Il gioco simbolico potrebbe continuare all'infinito se il Pulcin della Minerva non ci richiamasse all'ordine additandoci, con le epigrafi di Alessandro VII, la interpretazione autentica del monumento, voluto da un papa singolare che proteggeva, come Urbano VIII, l'esoterico gesuita Athanasius Kircher.
fonte: http://xoomer.alice.it/bestialbhv/Absleg4c.htm
Tag: bernini, elefantino, leggende, luoghi, minerva, roma, storia








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